I Paesaggi rurali della Sardegna

Una visione, e interpretazione, dall’alto del paesaggio-ambiente regionale (Corine Land Cover, 2012; http://www.sinanet.isprambiente.it/it/sia-ispra/download-mais/corine-land-cover/corine-land-cover-2012-iv-livello/view) quantifica i “serbatoi di carbonio” in 1.155.165 ettari (48% della superficie regionale) suddivisi in 403.768 ettari di zone boscate (17%) e 751.397 ettari di associazioni vegetali arbustive e/o erbacee (31%), comprensive degli estesi pascoli naturali. L’uso del suolo, agricolo, più esteso è quello dei Seminativi che, con 536.604 ettari (22% della superficie regionale), precedono di poco le Zone Agricole Eterogenee pari a 476.160 ettari (20%). Le Colture Permanenti hanno un ruolo decisamente minoritario poiché occupano solo 66.265 ettari (2,8%), con gli oliveti che precedono vigneti e frutteti. Il confronto col volo CLC 2006 segnala una situazione sostanzialmente statica poiché la variazione più significativa è rappresentata, da una parte, dall’espansione delle Zone industriali, commerciali e Reti di comunicazione (+5,3%) e delle Zone Verdi artificiali non agricole (+3,2%), dall’altra dalla lieve flessione delle Zone boscate (-0,5%) e dei seminativi (-0,2%).

In Sardegna la trasformazione agraria modella i paesaggi rurali attraverso l’azione di 60.812 aziende agricole e zootecniche (ISTAT 2010, 6° Censimento generale dell’Agricoltura), valore che risulta in forte calo rispetto al 2000 (-43%) e che è spiegabile con l’importante riduzione delle aziende con meno di un ettaro di Superficie Agricola Utilizzabile. Ne consegue che all’ attualità la Sardegna è la regione italiana con le aziende agrarie in media più estese (19 ettari), ridimensionando il fenomeno della la polverizzazione fondiaria che, nel passato, ha contribuito alla ritardata acquisizione di molte innovazioni tecniche.

L’analisi censuaria rileva un processo di consolidamento dell’allevamento ovino: le aziende impegnate nella filiera del latte ovino sono diminuite “solo” del 12,1%, tra il 2000 e il 2010, mentre i capi sono aumentati dell’8%. La tendenza è rafforzata dal ridimensionamento degli effetti negativi della “lingua blu” -grazie a una sistematica campagna di vaccinazione- e dal sensibile incremento del prezzo dei formaggi ovini, col pecorino romano che ha superato la soglia degli 8 euro/Kg portando il prezzo del latte a superare 1 euro/litro.

Il paesaggio risultante, ma anche quello potenziale, non sembrano, quindi, riconducibili al «giardino mediterraneo», ma piuttosto alla steppa, alla savana quercina e a un disordinato, ma non disarmonico, colorato mosaico di arbusteti. Si tratta del risultato di un secolare processo col quale l’allevamento brado degli ovini ha impresso le sue forme alla base naturale conferendo, nel panorama italiano, un carattere unico e inconfondibile al paesaggio sardo.

Anche per le modalità di insediamento delle comunità umane sul territorio la Sardegna presenta caratteri peculiari: l’insediamento diffuso è piuttosto l’eccezione che la regola poiché solo in specifiche aree le comunità locali hanno strutturato il territorio attraverso una rete di unità insediative rurali. Ne sono classico esempio gli stazzi in Gallura, patrimonio delle popolazioni giunte dalla Corsica, e i furriadroxius e i medaus nel Sulcis e zone immediatamente limitrofe, modalità di insediamento ricorrenti nel processo di colonizzazione di un territorio difficile, spopolato e con economia prevalentemente agropastorale.

L’insediamento accentrato dei borghi rurali trova una prima chiave di lettura nella storica contrapposizione tra il mondo contadino, incentrato a lungo sulla coltivazione del grano duro, e quello pastorale, relegato nelle colline della Sardegna centrale sino agli inizi del XX secolo. Il mondo contadino ha la sua massima espressione nei villaggi della grande pianura meridionale del Campidano e nelle colline marnose che, mollemente ondulate, la racchiudono a est.

All’intorno dei borghi, ma anche delle città regie, l’ordinamento spaziale dei campi coltivati è rigoroso, organizzato in cerchi concentrici di cui il più interno ospita una ristretta fascia di orti e frutteti, difesa dal morso del bestiame rude da fitte siepi di ficodindia. Superato l’hortus, l’orizzonte si apre di norma su un paesaggio di campi di grano e maggesi, attraversati da una fitta rete di sentieri. È questa una terra a uso collettivo, l’antico vidazzone, le cui regole di gestione comunitaria, codificate nel XIV secolo dalla Carta de Logu dei Giudici di Oristano, esercitano ancora i loro effetti su molte periferie dei borghi rurali. Superati i campi di cereali, la macchia e i cespuglieti si infittiscono sino a formare una landa dove la popolazione locale esercita gli antichi diritti ademprivili (legnatico, macchiatico, ghiandatico o pascolo). Solo all’intorno delle città regie (Alghero, Bosa e Sassari, ad esempio) la distribuzione delle colture è il risultato di una pianificazione moderna piuttosto che di usi e consuetudini medievali; qui sono l’olivo e la vite, ridimensionata dalla fillossera sul finire dell’Ottocento, a fare corona all’abitato e, di conseguenza, a soffrire maggiormente dell’inevitabile espansione di residenze e aree commerciali registrata nella seconda metà del secolo scorso. Il mondo pastorale ha, però, prodotto anche un altro sistema di utilizzazione del territorio, quello dell’allevamento brado del bovino da carne in aree forestali, modello analogo a dehesas e montados iberici, fondato sulla multifunzionalità dell’azienda agro-forestale: sughero, legna e carbone, fieno e ghiande, latte e carne sono i risultati di un’attività che ha la sua massima espressione nelle colline granitiche della Gallura, ma che si ritrova anche in quelle effusive della Sardegna nord-occidentale e nel complesso del Montiferru.

Ma la Sardegna è anche una regione in cui lo Stato ha fatto sentire con forza la sua presenza, sia con interventi di bonifica e riforma agraria, sia con l’occupazione militare di vaste superfici. Il regime fascista ha perseguito il recupero idraulico di aree paludose o sottoutilizzate, sviluppando uno schema urbanistico geometrico di regolari poderi, collegati al centro urbano che ospita i servizi essenziali. Così nascono Arborea, già Mussolinia, nella Sardegna centro-occidentale, e Fertilia in quella nord-occidentale, dove una rete di eucalitti (sempre più vecchi e mai rinnovati) racchiude campi di mais e ortive, nel primo caso, e i vigneti della successiva Riforma degli anni Sessanta, nel secondo.

L’agricoltura tradizionale non è oggi in grado di far fronte alla concorrenza esercitata dall’utilizzo residenziale delle terre nelle aree periurbane e a sviluppo turistico. Un freno all’erosione può ritrovarsi nelle linee guida del Piano paesaggistico regionale (2006) che impegna la pianificazione locale a «vietare trasformazioni per destinazioni e utilizzazioni diverse da quelle agricole originarie di cui non sia dimostrata la rilevanza pubblica economica e sociale e l’impossibilità di localizzazione alternativa, o che interessino suoli ad elevata capacità d’uso, o paesaggi agrari di particolare pregio o habitat di interesse naturalistico.

Sandro Dettori